Tecnologie e trasformazioni sociali

Per parlare di tecnologie e trasformazioni sociali occorre innanzitutto distinguere le tecnologie comunicative quotidianamente utilizzate da altre più sofisticate legate alla scienza. Di fatto le nuove tecniche di chirurgia non invasiva non modificano i rapporti tra la gente al pari delle telefonie mobili e dei mezzi di informazione mediatica. Sono le tecnologie che informano e connettono tra loro gli individui quelle che più incidono su stili di vita e comportamenti attraverso il potere della comunicazione. Le tecnologie comunicative a loro volta si distinguono in dispositivi utilizzati attraverso la persona ( portatili, transistor ecc.) e altri che immettono i loro effetti nell’ambiente attraverso impianti centralizzati: gli effetti di altoparlanti e riflettori visivi disposti nei pubblici spazi immagini agiscono sugli individui a livello di insieme ma il suono riprodotto ha l’ulteriore potere di essere recepito equamente nello spazio : è possibile sottrarsi all’abbaglio di un’insegna luminosa spostandosi di poco, non all’altrettanto all’ascolto di una colonna sonora diffusa.

Si parla molto del potere dell’immagine nell’attuale paesaggio dei sensi, ma di fatto è il suono artificiale il grande prevaricatore, che pone il ricevente sempre al centro
dell’esperienza percettiva, al punto di renderlo ugualmente sensibile ai suoni che
pervengono ai lati e dietro di lui. La radio è più invasiva rispetto alla televisione
perché non c’è l’immagine che ruba attenzione all’ascolto attutendone la pervasività.
Quando ci si trova in presenza di un monitor o di una televisione viene istintivo
seguire l’immagine per sgravare su di essa il rumore del suono. Il suono è ovunque e l’ascolto è sempre operativo. Di fatto il non vedente percepisce suoni e vibrazioni che gli altri non sentono. Il non udente usa di più la vista ma non vede cose che gli altri non vedono.

Ora spiegherò nel dettaglio i meccanismi secondo i quali, il suono diffuso attraverso l’altoparlante è particolarmente responsabile di un livellamento dei sensi verso il basso cui la società si sta adeguando mediante comportamenti sempre più standardizzati.

Suono riprodotto e suono dal vivo

Differentemente dal suono naturale il suono tecnologicamente mediato ha subìto una frattura con la sua fonte originaria, in pratica, chi parla alla radio e alla televisione si trova in luoghi e tempi molto distanti da ciò che perviene attraverso il mezzo. Questo processo per cui il canadese M. Shafer ha coniato il termine “schizofonia” ha avuto dei pregi, come quello di diffondere molta cultura e informazione ma anche delle collateralità: proprio la frattura con la sua fonte originaria fa si che il suono riprodotto assuma un timbro diverso, generalmente peggiore, ma comunque deformato.

Tecnologie di riproduzione acustica individuali e centralizzate

L’uso delle tecnologie individuali (palmari Ipod ecc. ) sta spogliando il linguaggio di tutti i suoi connotati extra-verbali come la gestualità, lo sguardo, le pause, i respiri, ovvero di tutto ciò che crea empatia. Entrambe le tecnologie di diffusione acustica centralizzate e ad uso individuale trasmettono informazioni verbali, musicali che arrivano dirette al cervello. Questo aspetto è in parte controbilanciato dalle possibilità attuali di scambio e contatto grazie all’interattività delle tecnologie a uso individuale. Viceversa l’altoparlante appiattisce il linguaggio senza offrire queste opportunità ma al contrario limitandole perché l’irruenza di una voce sovrastante rende più difficile l’interazione tra persone.

Questo processo di impoverimento della comunicazione è iniziato quando ancora
non c’erano i telefonini ma la colonna sonora diffusa già invadeva i pubblici spazi.
L’altoparlante, quale normale amplificatore acustico, non è certo una tecnologia
avanzata ma è riuscito a trasformare il paesaggio dei sensi attraverso un gioco di
forza, di utilizzo sopraffacente a livello di territorialità. Il suono amplificato diffuso
nell’ambiente non riverbera, non viene assorbito da pareti e altri ostacoli, anziché
perdere di intensità lungo l’ascolto continua a riprodursi: non si tratta di un eco che
risponde mediante la naturalezza dell’ambiente ma di sonorità contrastanti in un
effetto di rintrono che si auto rigenera. Il fatto che questo alone venga passivamente sopportato non significa che non danneggi e che non incida sulla salute e sui rapporti tra l’uomo e la comunità, nel momento in cui viene subito e nel corso del tempo attraverso i sui effetti pregressi di distrazione e affaticamento.

Diversamente dal rumore di un elettrodomestico l’alone sonoro è ricco di significati: la musica col suo forte contenuto emotivo (anche quella che non piace) il parlato che impone di essere captato, decifrato (anche se non interessa cosa dice). Attraverso queste componenti di espressività ed estensione nello spazio, la colonna sonora si è imposta sui tradizionali rumori urbani delle macchine e dell’edilizia. Lo stesso scadimento culturale di cui spesso si lamenta l’evidenza è una conseguenza di questo intrattenimento forzato cui la società risponde attraverso l’apatia, in diversi casi cercando di contrastarlo nelle discoteche o avvolgendosi in cuffie acustiche: le tecnologie a uso individuale assumono in larga parte questa funzione di difesa dal basso.

Il nuovo paesaggio dei sensi

Lo scompenso acustico che caratterizza l’attuale paesaggio dei sensi non è causato
da troppo rumore ma da troppa informazione che grava sulle menti. E’ questo un
fenomeno che non può limitarsi ad essere misurato attraverso la quantità ma che
studiato in termini di psicoacustica, perché un messaggio pubblicitario o un
frammento di canzone si stampano nella memoria, imponendo un pensiero estraneo la cui pervasività non è misurabile in decibel. Paradossalmente questo scompenso non rappresenta la controparte di un progresso tecnologico bensì la conseguenza di un ostinato utilizzo di tecnologie “vecchie”, superate. Imprenditori e gestori di negozi ristoranti e palestre continuano a ritenere la colonna sonora diffusa un servizio per riempire un vuoto, per mascherare altri rumori come il vociare concitato dei clienti, forse ignari di istigare un circolo vizioso senza fine poiché nella società in cui i suoni naturali competono con quelli riprodotti, il volume vocale medio non può che aumentare a propria volta. Certe tecnologie portatili potranno passare di moda ma l’altoparlante tende a perseverare così come è successo da quando ne fecero uso i regimi del ventesimo secolo e a mantenere questo suo ruolo coercitivo anti/innovativo: il sonoro amplificato continua ad essere una forma di tortura imposta nei luoghi di pena più spietati. Innovativo sarebbe semmai il suono che, pur essendo diffuso, arriva soltanto ad alcuni che attraversano quella fonte, oppure il segnale di avviso attraverso una vibrazione silente recepita unicamente dall’interessato. Ma questo concetto di suono mirato e circoscritto non potrà mai essere compatibile con l’informazione coatta che invece si avvale del suono riprodotto proprio nella sua grandezza, nella sua stessa sgradevolezza. Siamo vittime di uno stallo tecnologico che degenera in un progressivo degrado ambientale e sociale in termini di reattività, comunicazione, empatia. Compito dell’ecologia sonora è quello di recuperare il naturale equilibrio sonoro autosufficiente. Togliere, limare, scremare, sottrarre il superfluo: può sembrare un’operazione poco moderna ma il paesaggio dei sensi ridonda già di suoni naturali e di espressività umane che vanno recuperate assieme anche a quelle opportunità di contatto e arricchimento culturale che le tecnologie
attuali sarebbero in grado di offrire come mai è successo in passato. A dispetto di
quanto si dice non è vero che viviamo nell’era della solitudine tecnologica. Al
contrario, mari di opportunità ed incontri sono oggi possibili grazie alle rete
informatica. Solo che poi è un peccato se nel Caffè dove ci si è dati appuntamento per conoscersi e condividere interessi una banale colonna sonora impedisce di parlare e di comportarsi spontaneamente.

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