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Prefazione di Roberto Barbanti

Prefazione

A partire dagli anni cinquanta del secolo scorso, la riflessione filosofica sulla realtà tecnica si è arricchita di nuovi importanti contributi. Incentivata dallo sviluppo incontrollato di questo fenomeno e resasi necessaria sia dall’accrescersi e dalle trasformazioni sempre più evidenti e incalzanti della tecnosfera, che dall’ibridazione in atto tra tecnica e scienza, questa riflessione ha avuto due protagonisti maggiori: Martin Heidegger e Jacques Ellul.

Al pensiero destinale e di derivazione fenomenologica di un Heidegger ha corrisposto quello sistemico e marxista di un Jacques Ellul. Il fenomeno tecnico è analizzato da questi autori come fondamentalmente autonomo e non riducibile ad una logica antropologico-strumentale: i cosiddetti mezzi tecnici, in effetti, sembrano sfuggire al controllo umano, non essendo più strumenti dei quali disporre secondo la nostra volontà, ma complessi macrosistemi strutturati e funzionanti secondo dinamiche sempre più autoreferenziali.

La de-soggettivazione per Ellul e una razionalità esclusivamente calcolante per Heidegger sono due conseguenze di rilievo di questo fenomeno complesso. In entrambi i casi, e in definitiva, la tecnica incide in modo profondo, finanche irrevocabile, non solo sulla produzione materiale del mondo, ma in maniera ben più radicale sulle modalità del nostro percepirlo, sentirlo e comprenderlo.

Questo rapporto tra dimensione artificiale e naturale, concepito come interrelazione tra medium tecnico, cognizione e sensorio, ha generato per altro una letteratura tanto vasta quanto varia e complessa. Pensiamo al lavoro pionieristico di André Leroi-Gourhan o alle analisi di Don Idhe, così come alle riflessioni di un Gilbert Simondon e più recentemente ai lavori di Derrick de Kerckhove e Bernard Stiegler.

Un capostipite riconosciuto di questo filone di ricerche è stato sicuramente Marshall McLuhan il quale ha elaborato una riflessione, tanto originale quanto sostanzialmente estranea ad uno stile accademico, essenzialmente protesa a mostrare il rapporto tra tecnologie e sistema percettivo.

Gli studi di McLuhan, così come quelli degli autori appena citati, evidenziano il fatto che la tecnologia non è neutra. Un assunto, questo, che implica per la società tutta intera la necessità di un dibattito aperto e approfondito: una vera democrazia non potendosi dare al di fuori di una riflessione comune, vale a dire di una presa di coscienza collettiva, sul destino della tecnica, il suo ruolo, i suoi limiti e le sue implicazioni tanto materiali-fisiche-ambientali che psicologiche-affettive-culturali.

Un aspetto importante di questa problematica che mi sembra sottovalutato, e che vorrei al contrario sottolineare, riguarda il fatto che la tecnica attuale si propone a noi, sempre più, secondo delle modalità che possono apparire a prima vista contraddittorie e paradossali.

Da un lato, in effetti, essa si manifesta grandemente come un portato intrinseco delle cose e dei processi e non più solamente come metodologia o protocollo operativo esterni, vale a dire delle forme empiriche e/o razionali di conoscenza che si applicano alle cose e ai processi nelle relazioni che questi sviluppano tra loro. Essa tende dunque a “scomparire”, sottraendosi alle nostre capacità percettive, inglobata negli oggetti stessi (pensiamo agli organismi geneticamente modificati).

Dall’altro essa si presenta in modo sempre più ostentato e ingombrante, un fenomeno questo che è sotto gli occhi di tutti. La tecnosfera, nella sua crescita costante e smisurata, pone da tempo problemi gravissimi, in particolare alla biosfera, la quale progressivamente erosa da quest'ultima subisce degli attacchi drammatici, perfino irreversibili (crollo della biodiversità, esaurimento delle materie prime, avanzamento della desertificazione e abbattimento delle foreste primarie, inquinamenti di ogni tipo: aria, acqua, terra, oceani, spazi stratosferici, ecc.), che mettono a repentaglio la vita umana stessa. In verità questi due aspetti, lungi dall’essere discordanti, sono profondamente connessi e coerenti.

A questa realtà ha notevolmente contribuito la svolta tecnoscientifica. La scienza, ibridandosi alla tecnica e divenendo in questo modo tecnoscienza, svolge un ruolo motore di primo piano nel progredire della tecnosfera. Passata da una dimensione dell'osservazione e di una distanziazione neutrale a un'implicazione diretta nei fenomeni studiati e analizzati, la scienza tende a divenire fondamentalmente operativa e applicata. Una scienza che passa all'atto e interviene sul reale, dunque, e che s’impone nei processi naturali e sociali (sinergetica, in questo, con il sistema economico attuale che incita e rafforza questa tendenza essendo strutturalmente dipendente dalla conoscenza operativa, dall'innovazione e dal controllo).

La tecnoscienza sembra esigere il mondo come suo terreno privilegiato d’applicazione e d’esperienza portandovi però la sua dismisura. Essa ha, in effetti, una caratteristica maggiore: quella di poter intervenire e operare a dei livelli di grandezza senza alcun rapporto con le capacità e le scale di misura sensoriali umane poiché interviene su dei piani inerenti all’estremamente grande o all’infinitamente piccolo.

 Nei suoi aspetti microscopici, molecolari, genetici, energetici, infinitesimali questo processo, che definisco ultramediale, porta ad una infiltrazione pervasiva della tecnica la quale si dissolve, letteralmente "in-formando" la materia dall'interno, e assumendo, allo stesso tempo, una predominanza sempre più accresciuta che mira a voler trasformare ogni cosa piegandola ad un unico principio guida, quello di un’illusoria efficienza macchinica.

In questo modo la tecnosfera diviene sempre più invasiva, invadente e debordante (ultra, nel senso di: eccesso). Al contempo, disperdendosi e nascondendosi nella realtà, il fenomeno tecnico non è più riconoscibile e manifesto per i nostri sensi, poiché si dà in un ambito fisico che si situa oltre le nostre soglie percettive assolute (ultra, nel senso di: al di là). Da ciò risulta che il sensorio umano, e più generalmente animale, è in qualche modo reso inoperante, “neutralizzato”. Si tratta di una rottura senza pari perché ciò che era alla lettera sensato (cioè ricco di significato in quanto esperibile dai sensi) diviene in-sensato: la dimensione estetica ne risulta amputata, catapultandoci in una fase storica, propriamente, an-estetica. L’“an-estesia” è tanto più forte se si tiene conto anche di un altro aspetto di questo processo: l’effetto emotivo, percettivo e cognitivo provocato dal sovraccarico, accumulo e ridondanza, informazionale proprio a certe tecnologie. Grazie alla loro caratteristica di essere dei “canali tecnici di trasmissione spazio-temporale” (secondo la sintetica definizione di A. A. Moles riferita alla radio e al magnetofono), queste inducono una sorta di scissione tra psiche e corpo proiettandoci in un’alterità spazio-temporale: una dimensione che non coincide affatto con quella alla quale siamo effettivamente presenti. Un fenomeno per certi suoi aspetti già identificato da McLuhan che lo aveva stigmatizzato con il termine di narcosi.

Da tutto ciò se ne può concludere che uno dei portati fondamentali dell’ultramedialità riguarda una nuova condizione di an-estesia collettiva, la cui analisi, alla quale possono e devono contribuire molteplici discipline e approcci metodologici differenti, resta ancora da approfondire.

Questa situazione, della quale siamo testimoni più o meno consapevoli da almeno mezzo secolo, ma che affonda le sue radici nel XIX° secolo, ha generato un pensiero eco-logico, che tenta di rispondere tanto sul piano concettuale, scientifico-teorico, che su quello pragmatico, etico-militante, a questo degrado della natura, alla correlata invasività della tecnosfera ed alla crescita dell’an-estetico.

Già Heidegger ed Ellul, tramite una sensibilità alla terra e alla natura, il primo, e l’impegno ecologico militante, il secondo, avevano mostrato delle possibili risposte e vie d’uscita.

A partire dalla fine dell’ultima guerra mondiale le questioni inerenti al degrado ecologico sono state affrontate in vari contesti. In ambito scientifico e filosofico molteplici voci si sono levate: il naturalista Aldo Leopold già negli anni ’40, i biologi americani Barry Commoner e Rachel Carson in quelli 50-60 e il filosofo norvegese Arne Naess in quelli 70, rappresentano diversi esempi di analisi critiche internazionalmente riconosciute e che hanno avuto riscontri fattuali e teorici negli eventi succedutisi. In Italia, al primo, forte e ampiamente sottovalutato segnale d’allarme lanciato dal Club di Roma con la pubblicazione de I limiti dello sviluppo (1972), hanno fatto seguito delle riflessioni fondamentali e illuminanti fra le quali vorrei ricordare quelle del medico igienista Aldo Sacchetti e del chimico fisico Enzo Tiezzi.

In questo contesto di una riflessione sul rapporto tra tecnica e natura, medium e sensorium, va anche collocata la nascita di una corrente artistica, estetica e di pensiero che può essere ricondotta sotto il nome generico di ecologia sonora. Non mi è possibile, in questa sede, sviluppare, nemmeno sommariamente, la storia di questa feconda esperienza. Nata e cresciuta dalla sensibilità di alcuni compositori, come i pionieri R. Murray Schafer e Pierre Mariétan, e sviluppatasi in Italia grazie al lavoro artistico e teorico di Albert Mayr, di Francesco Michi, suo allievo, di Luca Miti e di tanti altri ancora, l’ecologia sonora si è arricchita e si arricchisce costantemente, di notevoli contributi scientifici e filosofici. Penso, fra gli altri, al lavoro dell’ecologo Almo Farina sugli aspetti acustici degli eco-fields, alle ricerche sull’antropologia sonora del mondo antico di Maurizio Bettini, agli approcci storici del mondo sonoro di Jean-Pierre Gutton, alle ricerche di ecologia della musica di Antonello Colimberti, fino ad alcune riflessioni filosofiche più recenti come il Manifesto per il silenzio di Stuart Sim (2007).

Per l’insieme di questi autori l’ecologia sonora non è semplicemente una forma di opposizione all’inquinamento acustico, ma una proposta di ricerca ben più vasta e articolata.

Per quanto mi riguarda vedo nel suono un possibile modello di riferimento cognitivo e un metodo di approccio della realtà che rinvia ad una concezione olistica e complessa. Penso che il suono possa fornirci dei criteri di analisi tanto pertinenti e validi quanto quelli retinico-visivi fino ad oggi predominanti. Intendere il mondo significa non semplicemente ascoltarlo ed essere ricettivi, ma anche comprenderlo e porsi in un rapporto di tensione ontologica immersiva e co-estensiva con questo, che ci porta per l’appunto a in-tender-lo, cioè tendere verso lui. Questo mondo che ci è stato ostinatamente proposto e insegnato come un’entità opposta a noi, separato e indifferente dunque, e in quanto tale, puro oggetto da assoggettare. I suoni, com’è noto, non possono essere né afferrati né trattenuti, si può solo “lasciarli essere”, come diceva John Cage, ed essere in relazione con il loro dispiegarsi il quale non può che coincidere con il nostro divenire esistenziale.

Queste diverse tematiche, qui parzialmente e rapidamente enunciate in quelli che mi sembrano essere alcuni fra gli elementi costitutivi fondamentali più impegnativi, possono concorrere a delimitare un ambito di riflessione e un retroterra concettuale favorevoli alla contestualizzazione dei lavori di Silvia Zambrini.

La ricerca sociologica di quest’autrice contribuisce non soltanto a chiarificare molteplici aspetti delle problematiche esposte, indicandone per altro anche delle possibili prospettive di soluzione, ma è al contempo uno strumento efficace per combattere alcune delle forme di nocività più detestabili, anche se ancora poco dibattute e in gran parte sottovalutate, così come un utile apparato valutativo sia per prevenire possibili incidenti, preservando così la salute e l'incolumità dei cittadini, che per riflettere sulle questioni affrontate. Si tratta anche di un apporto necessario alla questione democratica che, sollevata in modo esplicito dai fenomeni analizzati, ripropone con vigore l’esigenza di un dibattito generale sulle due sfide maggiori del nostro tempo: quella della tecnica e quella ecologica le quali sono intimamente legate e richiedono soluzioni integrate. Pensare che si possa progredire senza limiti nello sviluppo e che il dispiegarsi tecnico o tecnoscientifico non necessitino di alcuna restrizione, significa non rendersi conto che l'equilibrio necessario tra tecnosfera e biosfera deve darsi, e può darsi, solamente in un rapporto meditato e di responsabilità collettiva. Dobbiamo rammentarci, per altro, che se la biosfera può tranquillamente esistere senza la tecnosfera, quest’ultima, al contrario, ne è totalmente dipendente.

 L’inquinamento musicale, designato con la riuscita formula, non priva d’ironia, de La città in concerto (Auditorium: 2004); la progressiva trasformazione degli spazi condivisi di vita tramite la loro occupazione indebita e il condizionamento intrusivo delle mnemo-tele-tecnologie comunicazionali, fenomeno che induce una Erosione del neutro (Edizioni Goliardiche: 2006), cioè un deterioramento di questi spazi comuni progressivamente sottratti al loro uso pubblico indifferenziato, neutro per l’appunto, dalle logiche di produttività economica e di orientamento condizionante dell’immaginario; così come La nuova sordità, qui affrontata attraverso l’elaborazione di dati non ancora editi in un’analisi chiara e sistematica portatrice di elementi probanti e fattuali, che provano il rapporto di causalità tra le molteplici sollecitazioni a trasportarci mentalmente in un altrove, al quale siamo costantemente convocati da certe tecnologie della memoria e della trasmissione a distanza, e la crescente distrazione e assenza al mondo: ecco i temi direttamente affrontati dalla Zambrini. Questi rinviano in modo organico e documentato ad un aspetto inedito del nostro divenire esistenziale definibile come “crisi della presenza”, vale a dire la perturbazione dell’hic et nunc, in quanto consapevolezza della realtà estetica vissuta in un momento e in un luogo dati. Voluta e indotta da una concezione riduzionista e nefasta dello spazio e del tempo, identificati e pensati come beni disponibili in una logica di appropriazione privata e di redditività mercantile, e dalle continue modificazioni percettive apportatevi dalle mnemo-tele-tecnologie del suono e dell’immagine, questa crisi indica un’alterazione essenziale del nostro ambiente di vita e della coscienza che ne abbiamo. Disattenzione, narcosi, an-estesia diffusa e indifferenza non sono una maledizione caduta improvvisamente dal cielo sull’umanità, ma il portato di dinamiche tecnoestesiche ancora poco analizzate e soprattutto poco discusse e prese in considerazione.

Il testo che segue, La nuova sordità, contribuisce favorevolmente allo sviluppo di un’analisi critica dell’insieme dei fenomeni suesposti. Per questo deve essere salutato come un evento positivo e indispensabile di una ricerca urgente e necessaria.

Roberto Barbanti
Université Paris VIII

 
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