Home Articoli in italiano
Commercializzazione e sonorizzazione delle aree urbane

Commercializzazione e sonorizzazione delle aree urbane

in “Il suono riprodotto”. Storia tecnica e cultura di una rivoluzione del Novecento - Quaderni Ladimus - EDT Torino 2007.

L'avvento della schizofonia ha comportato un mutamento di rilievo nel mondo della comunicazione e della cultura, con la possibilità di conoscere tanta musica e di conservarla. Questa rivoluzione, iniziata timidamente nell’Ottocento, si è poi estesa allo spazio intero, con la proliferazione di suoni e informazioni che nel secolo scorso hanno iniziato a diffondersi sul territorio.
Il suono riprodotto di per sé rappresenta un’innovazione, e come spesso accade, il progresso con il tempo va a incidere su aspetti che non erano stati inizialmente contemplati.
La frattura del suono con la sua fonte originaria (procedimento secondo il quale Robert Murray Schafer ha coniato il termine schizofonia) può realizzarsi attraverso distanze diverse: è possibile telefonare in tutto il mondo così come amplificare la propria voce all’interno di un medesimo ambiente. Rispetto a quando le prime radio e grammofoni diffondevano musica e informazioni nelle poche abitazioni, la tecnologia di riproduzione sonora ha fatto grandi passi: di qualità acustica e di possibilità che essa è in grado di offrire in tutti i campi, non solo musicali. Rimane invariato il processo di manipolazione che ha coinvolto il suono riprodotto, rispetto a chi o a che cosa lo hanno inizialmente generato. Questo suono può definirsi tecnologicamente mediato, sintetico, elettrificato, microfonato, registrato, artificialmente indotto. Non esiste però un termine che riporti alla naturalità e all’essenza per definire il suono riprodotto. Anche la riproduzione acustica quasi perfetta comporta una trasposizione, un procedimento di entropia che ha sottoposto il suono originario a una serie di passaggi fino al risultato finale, ossia l’ascolto. Quest’ultimo elemento, spesso trascurato nella società dell’informazione diffusa, è anch’esso andato incontro a delle modificazioni, soprattutto da quando la riproduzione acustica è diventata un fenomeno sociale. Da una parte la tecnica si impegna a riprodurre suoni sempre più sofisticati, che imitano l’esecuzione dal vivo. Dall’altra, l’uomo comune si è abituato a convivere con suoni riprodotti casualmente distribuiti, qualitativamente scarsi, emotivamente sollecitanti. E l’ascolto, anche quello mirato, si manifesta attraverso la sintesi di uno stato d’animo momentaneo, a propria volta contaminato da diverse suggestioni e reali circostanze, secondo una percezione uditiva che nel tempo ha subìto continui adattamenti. L’analisi del suono riprodotto non può non considerare l’attuale contesto eterofonico perché da questo dipende l’ascolto del suono singolo, e quindi il suono stesso nelle sue specificità di riproduzione. E il contesto eterofonico va analizzato attraverso i fattori che lo determinano, dalla commercializzazione delle aree urbane all’utilizzo dei mezzi di comunicazione, al mercato delle tecnologie elettroacustiche, secondo una serie di causalità che ora vedrò di esporre.

L’area pubblica nell’attuale contesto sonoro urbano

Il suono che si esprime attraverso musica, parole e segnali d’avviso, costituisce l’attuale contesto sonoro urbano, mediante un effetto particolarmente invasivo rispetto ai tradizionali rumori della metropoli. Il fenomeno investe una dimensione ancora poco considerata, ossia lo spazio di ricezione, potenzialmente sociale, dove ognuno è un potenziale ascoltatore e attore in grado di interagire. È questo lo spazio più grande, che include tutte le dimensioni. Lo spazio fisico si sviluppa da suolo mentre lo spazio di ricezione non ha radici e nemmeno confini. Non per questo non è suscettibile nei confronti di elementi che vi si insediano, in grado di comprimerlo e anche di renderlo velocemente monetizzabile.
Viviamo in un contenitore sempre e in ogni momento disponibile ad accogliere suoni riprodotti, provenienti dall’utilizzo individuale delle tecnologie e dall’installazione di impianti fissi. Questi ultimi riescono a imporre lo stesso messaggio attraverso un effetto centralizzato, rendendolo “unico” rispetto ai suoni e ai rumori che si sviluppano dal basso.
Lo spazio pubblico, dalla strada alla sala d’aspetto di un ufficio, sta gradatamente perdendo la sua neutralità, ovvero la sterilità di uno sfondo acusticamente libero da tutto ciò che non è funzionale, ossia con i rumori inevitabili di un mezzo di trasporto ma non con la diffusione amplificata di spot pubblicitari che nulla in quel contesto hanno a che fare.
Lo sfondo che a lungo ha caratterizzato le aree comuni sta lasciando il posto a una voce meccanica, che sovrasta l’ambiente attraverso impianti di riproduzione sempre più installati, incorporati, spesso connaturati al funzionamento del servizio: il sonoro entra in funzione nel momento in cui la struttura è operativa, secondo un automatismo che esclude a priori l’individualità del pensare e dell’agire.
È più facile prendere coscienza di un disagio attribuibile a singoli comportamenti piuttosto che organizzato dall’alto, persino in quegli ambienti che più dovrebbero essere acusticamente protetti (come quelli dell’istruzione e della sanità). Questo tipo di insediamento è assai grave perché rende un senso di legittimità all’erosione della neutralità di sfondo, che dovrebbe accomunare i luoghi condivisi, non originariamente deputati all’intrattenimento. Ciò avviene per via di un sistema di trasmissione che non si può certo ritenere moderno: l’altoparlante ha iniziato a esercitare la sua funzione di persuasione attraverso l’informazione coatta, quando ancora la tecnologia di riproduzione acustica era agli esordi.
Nel corso degli anni Ottanta, gli effetti resi dalla proliferazione di canali commerciali hanno iniziato a spargersi sul territorio con grande velocità. La sintonizzazione ovunque con i canali radiofonici, si sostituiva all’ascolto mirato del disco. Poi, la centralizzazione acustica mediante impianti fissi, che diffondono il sonoro su larga scala, ha contribuito a modificare ulteriormente il paesaggio sonoro.
Curiosamente, anche i paesi come l’Inghilterra, che meno si sono convertiti all’utilizzo individuale delle tecnologie, si ritrovano facilmente sovrastati dagli effetti degli altoparlanti, nei punti/vendita come negli spazi aperti. È la sonorizzazione acustica delle aree urbane che diventa struttura, secondo una prassi che si radica e si autolegittima a livello globale.

La trasmissione acustica nelle aree urbane

Attraverso la diffusione centralizzata di informazioni e colonne sonore, l’attuale territorio vede affermarsi ampi campi di ricezione, dalla spiaggia alle piazze, alla strade più commercializzate. Mentre lo spazio di ricezione è ovunque, il campo di ricezione include la diffusione di determinate informazioni all’interno di un diametro di spazio relativamente circoscritto, che si costituisce e si dissolve attraverso infiniti punti, la cui ubiquità dipende da fattori eterogenei, non sempre acusticamente pianificati: il sorgere di un centro commerciale, lo svolgimento di eventi locali (sagre, feste, concerti all’aperto ecc.), la sonorizzazione delle aree di transito e snodo, in cui la presenza di un pubblico ricettore di messaggi è sempre fitta. All’interno del campo di ricezione le voci che si formano dal basso subiscono una netta sopraffazione: è sufficiente una sola unità elettroacustica per emarginare sullo sfondo ogni altra voce naturale.

Lo sfruttamento dello spazio di ricezione potenzialmente sociale

L’erosione dello spazio di ricezione implica diverse strategie: di contaminazione al suono da parte dell’imprenditore che ascolta i programmi radiofonici nel suo locale, o di fretta che induce al cliente mediante il sonoro dai ritmi ossessivi, secondo una strategia di consumo che vede sfruttare lo spazio comune, senza per questo trarne direttamente un profitto. Lo sfruttamento diretto dello spazio di ricezione, mediante la sua musicalizzazione, implica un’operazione di compravendita tra imprese: quelle che lo gestiscono e quelle che lo acquistano in qualità di spazio pubblicitario. Ciò avviene secondo una speculazione molto facile che non incontra i vincoli di quella edilizia. Lo spazio pubblico continua a definirsi tale ma in realtà si sta gradatamente privatizzando, secondo un processo non dichiarato, con il costituirsi di “campi di ricezione” sempre più ampi e legalizzati. Questa dicotomia sta alla base dell’erosione della neutralità nelle aree condivise: la stessa manovra in un’area di non particolare frequentazione non recherebbe alcun vantaggio privato. Viene allora da chiedersi, quando e in quale modo la privatizzazione di queste aree, che offrono servizi necessari, possa avere un ritorno positivo verso colui che ne usufruisce.
Pur ponendo che la diffusione di spot pubblicitari comporti un introito per le aziende che gestiscono il servizio, rendendolo più confortevole ed economicamente accessibile, gli elementi sonori indotti, al di là del fastidio, comportano un sovraccarico che agisce sull’organismo di chi è costretto a recepirli.[1] Sarebbe come spargere nelle stazioni e nei cinema una sorta di sostanza repellente, che per qualche motivo comporterà un ricavo economico. Poiché si tratta di musica e di informazioni, la questione non viene posta in termini di disagio.
Nelle stazioni, assieme alla pubblicità vengono trasmesse anche informazioni che riguardano il viaggio e l’attesa: questo tende a giustificare in termini di utilità la compravendita che, per esempio, avviene tra l’Azienda Tranviaria Milanese (che gestisce le stazioni della metropolitana a Milano) e i detentori dei prodotti pubblicizzati mediante gli schermi e gli altoparlanti distribuiti lungo le banchine.

Erosione dello spazio fisico e comunicativo

Nella società dell’evento e della commercializzazione urbana attraverso luci, arredi e musiche meccaniche, lo spazio comune diventa oggetto di erosione tramite elementi concreti e comunicativi che lo occupano, allo stesso tempo sottraendo altro spazio: quello del pensiero, della parola che diventa interazione, perché lo spazio mentale, potenzialmente introspettivo, significa tempo che può essere sfruttato, ottimizzato in un contesto vuoto nel senso di pulito, libero di poter essere individualmente interpretato.
Lo spazio comunicativo necessita di essere analizzato al pari di quello fisico. Del resto, in epoca postmoderna entrambe le dimensioni tendono convergere. La commercializzazione delle aree urbane, attraverso gli arredi e i gazebo che si erigono sui marciapiedi, include una compressione dello spazio comunicativo: con le colonne sonore rivolte ai consumatori e gli effetti provenienti dal traffico che si crea limitrofo, tra segnali d’avviso e suoni amplificati che fuoriescono dalle vetture: la presenza di gruppi che si intrattengono in una sorta di rave party improvvisato, rigorosamente automunito, è un fenomeno che cresce e che prende spazio, così come anche il verificarsi di assembramenti umani che si protraggono durante la notte, lì dove è possibile acquistare alcolici e altre bevande.[2]
Il territorio, nella propria dimensione fisica, perde a sua volta identità considerazione perché il frastuono dell’eterofonia rende i luoghi simili e distanti da ogni forma di appartenenza. Ciò si riflette con particolare irruenza sulla mobilità: l’evento che attira le moltitudini si interpone alla quotidiana funzionalità dei mezzi di trasporto, in un restringimento violento dello spazio di transito, soprattutto quando la metropoli non è strutturalmente attrezzata per accogliere le grandi manifestazioni come il festival del cinema o la “notte bianca”.
Risulta più facile trascurare il territorio quando questo viene legalmente trasformato, platealmente addobbato, volgarmente sonorizzato, inquinato dagli scarti e dai rifiuti della commercializzazione. E le conseguenze di tale sovraccarico si traducono in una sordità generalizzata, causata dalla troppa esposizione all’amalgama sonoro e agli effetti delle tecnologie con le quali l’individuo si isola dal contesto reale; questo stato di distrazione e isolamento si riflette sulla strada con particolare drammaticità. Se il suono riprodotto copre le voci naturali impedendone l’ascolto, la comunicazione telefonica trasferisce l’interlocutore nel proprio mondo privato (affettivo, professionale), rendendo insignificante ogni evento che riguarda il contesto reale, compresi i segnali di avvertimento provenienti da un clacson.[3]
Mentre la centralizzazione acustica si sta diffondendo a livello europeo, i comportamenti da guida distratta, per via di suoni autoindotti, continuano a dipendere dalle regole del traffico stradale. Bisognerà vedere se gli effetti dell’eterofonia sovrastante non andranno nel tempo a incidere sui singoli comportamenti, traducendosi in un lassismo generalizzato, anche in quei paesi dove il senso civico continua a essere un valore socialmente innato.

Conclusione

Nell’attuale conflitto che investe il territorio nei suoi requisiti di pubblica utilità e condivisione, il suono riprodotto non ha particolari responsabilità se non quella di essersi distinto attraverso la sua stessa forza, con la grande capacità non soltanto di fermare il tempo ma anche di conquistare spazio e di diventare così un oggetto di potere: inizialmente in mano a pochi, attualmente radicato in un sistema dal quale dipendono più fattori. L’analisi della riproduzione acustica e dei suoi effetti, include più discipline, dall’economa alla sociologia, all’ecologia dell’ambente.
Anche l’educazione al suono è importante, soprattutto nei confronti dei più giovani. Non si può però tralasciare che il suono riprodotto si infiltra in un contenitore ormai saturo: chi oggi ha vent’anni è cresciuto già avvolto in un contesto di forte compressione fonica, che in molti casi ha coinvolto gli stessi stili di vita e modi di rapportarsi, senza possibilità di confronto con un ambiente esente dalla continua induzione di atmosfere artificiali. Ed è proprio dall’ambiente che occorre ripartire, liberandolo dal superfluo.
La creazione di apposite aree della quiete rischierebbe di comprimere ancor più quelle acusticamente infette, che sono anche le più comuni e necessarie alla collettività. Lo spazio pubblico deve tornare a essere tale, svuotato e ripulito di ogni elemento comunicativo prevaricante, estraneo alle sue essenziali funzioni: per riconquistarne le potenzialità interattive, introspettive, e così anche quella grande ricchezza che è la musica.

Bibliografia di riferimento

  • Hannah Arendt, Vita activa, Milano, Bompiani 1994.
  • Marc Augè, Non luoghi, Milano, Eleuthera 1993.
  • Arnaldo Bagnasco, Fatti sociali formati nello spazio, Milano, F. Angeli 1994.
  • ibid, Società fuori squadra, Bologna, Il Mulino 2003.
  • Laura Balbo, Tempi di vita, Milano, Feltrinelli 1991.
  • Barthes Rohland, Barthes di Rohland. Barthes, Torino Einaudi 1980.
  • Zygmunt Bauman, La società individualizzata, Bologna, Il Mulino 2001.
  • Ibid. Modernità liquida, Bari-Roma, Laterza 2002.
  • Ibid. Fiducia e paura nella città, Milano, Mondadori 2004.
  • Mario Cosa, Il rumore urbano, Roma, Istituto Italiano di Medicina Sociale 1991.
  • Ibid. L’inquinamento da rumore, Roma, La Nuova Italia Scientifica 1992.
  • Gillo Dorfles, Intervallo perduto, Torino, Einaudi 1980.
  • Michel Foucault, Spazi altri, Mimesis, Milano 2001.
  • Erving Goffman, Il comportamento in pubblico, Torino, Einaudi 1971.
  • Massimo Ilardi, La città senza Luoghi, Genova, Costa & Nolan 1997.
  • Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, Torino, Einaudi 1969.
  • Francois Jullien, Elogio dell’insapore, Verona, R. Cortina 1999.
  • Henri Lefebvre, Spazio e politica, Milano, Moizzi 1976.
  • Ibid. Critica della vita quotidiana, Bari, Dedalo1977.
  • Robert Murray Schafer, Il paesaggio sonoro, Lucca, Ricordi Lim 1985.
  • Georg Simmel, Sociologia, Milano, Edizioni di Comunità 1989.
  • Silvia Zambrini, La città in concerto, Milano, Auditorium Edizioni 2004.
  • Ibid. L’erosione del neutro, Udine, Edizioni Goliardiche 2006.
[1] La trasmissione centralizzata di informazioni pubblicitarie non avviene a volume di sottofondo. Perché il messaggio venga ascoltato e decifrato, il volume deve mantenersi al di sopra dei 60 dB. Ciò già presuppone insonnia, disturbo della concentrazione, emicrania e altri malesseri che incidono sull’individuo e sul suo rapporto con la comunità.
[2] Il traffico intenzionalmente fermo, o che procede a fatica, implica la presenza di suoni sollecitanti e rumori, che se anche non si esprimono attraverso specifici segnali di avvertimento, sono fortemente ansiogeni. L’effetto di brusche frenate e sgommate, pur rappresentando la conseguenza di un evento e non il suo anticipo (come nel caso di suoni di spia e di allarme), crea ugualmente uno stato di alterazione nervosa, perché questi effetti riportano mentalmente a situazioni di pericolo.
[3] Cfr. M.G. Vernuccio, «Muore investita da un autobus a Milano in pieno giorno. Il conducente telefonava e non si è accorto […] gli automobilisti suonavano il clacson per avvisarlo», in Corriere della Sera, Lunedì 4/10/2006.
 
Via Giusti 5 - 20154 Milano
Tel. (0039) 02 3313O71
Cell. 328 0814558