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Eterofonia e conflitto nella metropoli contemporanea
Eterofonia e conflitto nella metropoli contemporanea in “Musica Passiva e territorio” pubblicato in "Musica/Realtà" n. 69 - Lim Editrice - Lucca 2002.

Introduzione.

Come l’inquinamento atmosferico viene percepito in tutta la sua sgradevolezza solo quando si avverte il dimenticato piacere dell’aria pulita, (trovandosi immersi nella natura, lontano dalla città), cosi l’inquinamento da rumore produce dipendenza più o meno consapevole fino al momento in cui, in una situazione particolare si avverte miracolosamente la delizia del silenzio. Non si può dire altrettanto dell’assuefazione alla musica distribuita ovunque da infinite fonti con tanta generosità, spesso insensatamente amplificata, raramente proposta dal vivo. Questo significa che si sente tanta musica ma se ne ascolta poca. E il guaio è che qui non se ne ha alcuna consapevolezza come invece avviene per le forme di disagio sopra indicate: si subiscono suoni e musica passiva nelle città caotiche come sulle spiagge o in altri luoghi “tranquilli” e tutto ciò finisce con l’essere accettato come un fatto normale. Un aspetto ancora poco studiato dal punto di vista scientifico considera la musica e i suoni, agli effetti di un disagio non meno invasivo e dannoso a livello sociale.
La divisione concettuale tra inquinamento da rumore e inquinamento da suoni si trova alla base di una riflessione necessaria per poter risalire alle cause di tale tematica. Nella società industriale il grande sviluppo del terziario che ha comportato un aumento della mobilità e del consumo, l’espandersi della metropoli e la proliferazione di emittenti commerciali con la loro inesausta diffusione di spot pubblicitari, sono i principali meccanismi che si intende descrivere in quanto fenomeni che aiutano a capire l’attuale invasione di suoni riprodotti su parte del globo: un contesto che ha portato ad una modificazione sostanziale nell’attuale scenario acustico. La grande svolta creata dalla diffusione di unità elettroacustiche a livello di massa, più incisiva e palnetaria rispetto agli effetti uditivi conseguemti la rivoluzione industriale e, in seguito, quella del traffico ha significato il passaggio da un paesaggio sonoro caratterizzato da suoni distinti, ossia immediatamente riconducibili alla propria fonte ad un contesto di suoni indistinti, per la moltitudine e l’eterogeneità delle sue fonti che si sommano, alle quali è difficile immediatamente risalire. In pratica, si è transitati in poco tempo attraverso due situazioni ambientali acustiche con conseguenze assai differenti: una prima, data dal ronzio di macchinari e dal rombo automobilistico privi di significato, uno sfondo definito col termine di rumore, non ancora in grado di sopprimere ovunque il vociare della strada e l’emergere di un suono isolato. La seconda caratterizzata da un contesto totalizzante di suoni e parole registrati, emananti (non più a livello di sfondo) messaggi di avviso e musica di intrattenimento, forniti da apparecchi mobili ed economici (la qualità che carratterizza questa grande diffusione non è determinata dall’altà fedeltà) diffusi al di là di confini di tempo e di spazio, che sia o no privato.
La dicotomia ancora regnante tra lo sfondo rumoroso reso dalle macchine e il contesto sonoro reso dall’amplificazione di segnali musicali e verbali non migliora certo a livello di presa di coscienza il grado di rassegnazione con il quale il pubblico subisce la proliferazione senza limiti di messaggi non direttamente a lui rivolti e di musica che non ha scelto di sentire, rispetto al grado di intolleranza con il quale subisce lo sfondo rumoroso. L’obbiettivo che ci si pone è quello di contribuire a fare sì che la gente non accetti la presenza di suoni all’interno di spazi pubblici non deputati e che si ponga di fronte ad essi esattamente come si pone verso il rumore meccanico o verso i miasmi dell’atmosfera. Ma un grosso problema alla base permane: come può il pubblico prendere coscienza dell’invadenza di messaggi musicali e verbali quando questi fanno ormai parte integrale della vita degli individui condizionandone i pensieri e le iniziative in ogni momento e in ogni luogo, ormai incapace (sopratttutto per quanto riguarda le ultime generazioni) di distinguere i suoni isolatamente?

La grande contraddizione. Nell’attuale sistema di informazione e cultura numerose sono le rappresentazioni e le idee volte a diffondere musica secondo un approccio attivo quale: scegliere, ascoltare, valutare, conoscere. Sono concetti che conservano fascino ma le iniziative da cui sono indotti rappresentano una parte minima rispetto alla quantità “musicale” che viene subìta passivamente, invasiva sia in termini di durata che di spazio. Così si esprime P. Tagg “ La nostra cultura è sempre e ovunque più satura di suoni, mia figlia ha ascoltato più musica di quanta ne abbia scoltata mio nonno in tutta la sua esistenza.” [1]
Secondo una scelta sociale implicita (sulla base di una profonda contraddizione) la giornata del cittadino si trova attraversata da un continuum sonoro-musicale, oltre che rumoroso. Il rumore non ci informa di nessun evento (cosa che invece tendono a fare i segnali acustici annunciando eventi che stanno per presentarsi). E’ la pura conseguenza dell’uso di una macchina. Non ci anticipa nulla e si limita a seguire l’evento. Quindi non è necessario sentirlo. Infatti ognuno, pur non volendo rinunciare alla lavatrice, preferirebbe che fosse silenziosa. Del resto, l’intensità di questi rumori tende a diminuire grazie alla tecnologia che si impegna a inibire progressivamente il ronzio di apparecchi elettrici e a motore. Non si arriverà tuttavia alla quiete poiché tali unità crescono numericamente assieme al benessere sociale. Da un lato siamo quindi rassegnati e consenzienti a convivere con uno sfondo di rumori conseguenti altri eventi, privi di significato (rumore bianco, rosa, sordo). Ma allo stesso tempo, e senza avere in cambio alcun miglioramento vitale, condividiamo una massa sonora resa dall’emissione continua e dilagante di musica riprodotta e segnali elettroacustici.[2] Qui si spiega la contraddizione: il rumore esplicitamente inteso come un nemico stupido, incapace di dire qualcosa, inevitabile controparte di tanti vantaggi che ci vengono offerti. I suoni (al contrario), concepiti come sovrappiù accettabile se non apprezzabile, dal momento che sono portatori di messaggi che si esprimono attraverso musica e parole [3]. A livello di consenso comune, suoni e musica non vengono considerati negativamente (al di là dei generi). Il suono, è comunque “melodico” e timbrico, richiama al colore, allo smalto, in contrasto con l’opacità e il carattere stridulo del rumore. La musica intrattiene, è qualcosa che viene offerto in più, come cornice agli eventi, mentre il rumore ne rappresenta il residuo, lo scarto . Va quindi eliminato, almeno ridotto.
Addensamenti sonori e consumo. Il moderno sistema di rete, soprattutto per quanto riguarda la diffusione di segnali sonori (giacché i rumori non vengono diffusi appositamente) ha visto abolire ogni frontiera e ogni riferimento, rese frammentarie e irriconoscibili le fonti, sconosciuti gli artefici di un disagio in continua espansione: ovunque qualcosa si crea e si muove, permettendo la nascita e il movimento di altri elementi. Infiniti suoni vengono subìti apaticamente secondo criteri che non rispecchiano esattamente il territorio bensì le attività che vi si svolgono. Nella società dei consumi, la concentrazione di determinati servizi (in particolare vendita e intrattenimento) comporta un aumento di mobilità, già così presupponendo la presenza di unità elettroacustiche emananti musica degradata da interferenze dei più svariati segnali acustici, emessi sia dagli operatori per attrarre i clienti, sia dai clienti per utilizzare gli oggetti che hanno acquistato. Lo scopo è sempre quello di comunicare, persuadere, intrattenere, produrre situazioni che automaticamente inducono al consumo di ulteriori unità. Lo stesso individuo in circolazione diventa una fonte sonora a livello collettivo, con le sigle del suo telefonino, se non con i programmi del suo transistor, dei suoi video-games e micro tastiere elettroniche, se non con i megafoni di cui si servono gli operatori di vendita.
E’ difficile immaginare una società organizzata secondo stili di vita arcaici, esposta a un frastuono continuo provocato dagli altoparlanti. Al contrario, la società del terziario più o meno avanzato prevede la concentrazione non omogenea di numerose ed efficaci fonti sonore, secondo contesti che non sono casuali : si tratta di addensamenti di sonorità riprodotte che spiccano su un contesto permanente di rumori insignificanti. Essi sono in grado di verificarsi magari di notte, oppure durante certe fasi del giorno, o periodi dell’anno, andando a coprire un diametro di territorio la cui grandezza può di continuo variare. Resta fissa la composizione del bersaglio: pur non rappresentando l’obiettivo vero e proprio, nel mucchio viene colpito anche colui che non produce e che, soprattutto, non spende. Nel nuovo scenario acustico non si rende più necessaria la grande industria o il centro urbano per provocare disturbo e permetterne rapidamente l’espansione. E’ sufficiente ciò che ovunque già può esistere. Con uno scarso numero di abitazioni, qualche attività commerciale e un po’ di veicoli in circolazione, un movimento di persone e di cose già si articola: attraverso una banale distribuzione di tecnologia quotidiana, economica e spiccia la città, piccola o grande che sia, viene avvolta in un contesto di suoni indistinti provenienti da fonti amalgamate.
Suoni, segnali e mobilità. Fino a non molto tempo fa il rumore urbano si identificava con il rombo del traffico in scorrimento. Adesso questo rombo rimane ma nuove fonti sonore ricche di informazioni mirate, attraverso musica e parole tendono a spostarlo sullo sfondo. Ad esempio diventa una componente sonora la stessa l’automobile in sosta (o per meglio dire in attesa). Di fatto, alle continue manovre si accompagnano i suoni delle sirene antifurto e delle autoradio cui si aggiungono i clacson, i bip di avviso di chiusura e apertura delle portiere. Sono tutti segnali, che vanno captati: anche se il messaggio non riscuote interesse, il cittadino viene avvertito che una vettura sta per essere rubata così come gli verrà suggerito l’acquisto di qualcosa alla radio: difficile sottrarcisi anche perché, come dice Adorno, l’orecchio non ha palpebra. Se la crescita della produzione ha procurato l’aumento dell’uso privato del mezzo, con l’espandersi del terziario è venuto a crearsi un nuovo profilo acustico stradale giacchè il sonoro delle autoradio e degli antifurto è in grado di propagarsi all’esterno per uno spazio decisamente superiore a quello occupato dalla vettura. Sono i suoni che accompagnano l’attuale pendolarismo simmetrico, caratterizzato da brevi spostamenti su tratti bilaterali non convergenti. I nuovi cittadini viaggiano e sostano a scopo consumistico oltre che lavorativo, tra uffici, asili nido e centri commerciali, nelle zone di residenza e nei sobborghi dove risiedono succursali e agenzie decentralizzate. E’ un traffico rumoroso ma anche molto “musicale”, perché se già il pedone si è trasformato in fonte sonora, l’automobile, con tutti i suoi accessori incorporati, portatori di messaggi e di musica è assai più potente. Con la proliferazione massificata di unità elettroacustiche, avvenuta in seguito al boom economico degli anni ’50, al leggendario rumore bianco, conseguente ai motori e alle macchine dell’edilizia, che godeva di intervalli silenziosi notturni, si va ora sostituendo un effetto di musica e suoni indistinti secondo un criterio di diffusione e di informazione: pensiamo all’attuale quoziente di amplificazione all’interno degli edifici e all’uso che ne fanno gli operatori commerciali, emettendo messaggi che arrivano all’esterno con lo scopo di attirare l’attenzione. Ma l’attenzione dei viandanti è già in parte catturata dagli effetti uditivi provenienti dai sistemi di allarme, dai transistor e i walky talky di pendolari, padroncini e pony express in continua circolazione nell’attuale sistema di rete terziarizzato. Una somma di sorgenti acustiche crea un continuum tra il dentro e il fuori , tra il centro, la periferia e i luoghi naturali dove non vengono meno le possibilità di produrre suoni diversi rispetto alla loro fonte originaria.
Se nel periodo delle fabbriche, il rumore (che allora prevaleva sui suoni) godeva di orari tutto sommato rigidi, con il lungo intervallo della notte, l’industria del tempo libero tende a prolungare l’effetto di suoni e di luci dopo la mezzanotte e ad anticiparli al mattino. L’offuscamento dei confini di tempo, come quelli di spazio, dipendeno dal grado di attività e articolazione che caratterizza i già citati addensamenti sonori.
Una concezione più mobile e flessibile del lavoro ha significato una maggiore mobilità della persona soprattutto per quanto riguarda i servizi all’impresa. Da un lato aumentano i veicoli in circolazione, dall’altro aumenta il tempo che gli individui trascorrono al volante: significa ancora più suoni e ancora più “musica” perché la giornata senza orari fissi e dettata dallo spostamento frequente, facilita l’ascolto passivo di musica e altre forme di intrattenimento, se non altro per smorzare il senso di isolamento (cosa che non è possibile col ronzio di rumori sordi). In molti casi oggi l’autoveicolo è diventato una specie di seconda casa dove dormicchiare tra un appuntamento, un acquisto e una consegna, dove ristorarsi con cibi preconfezionati e parlare al telefono con colleghi e famigliari; il tutto tra un casello, un capannone e un autogrill, sempre avvolti da un sottofondo di musica e parole.
Più spostamenti e il congestionamento di veicoli, causato da un sistema di infrastrutture non sempre adeguato, inducono i pendolari ad agire con fretta che si traduce in costi sociali. Gli incidenti del sabato notte ne rappresentano soltanto un aspetto poiché lo stato di distrazione alla guida dipende in discreta parte dallo sforzo che richiede la captazione di suoni riprodotti e voci telefoniche disturbate. Ulteriormente sottovalutato è il grado di stordimento da parte di tanti che a lungo sono stato esposti a situazioni dettate da forte intensità di audio: tra questi ci sono i frequentatori di dancing ma più numerosi sono gli addetti e i dipendenti di diversi punti vendita, soprattutto vestiario, pub, sale da ballo, locali notturni, tutti luoghi caratterizzati da forte audio musicale. Gran parte di essi guidano per rincasare e, esattamente come avviene per il ragazzo che esce dalla discoteca, per un po’ di tempo subiranno un innalzamento della soglia uditiva: uno stato di sordità temporanea che a lungo andare rischia di diventare permanente (ossia ipoacusia).[4]
Il territorio inteso come corridoio che porta ad altri luoghi diventa anch’esso parte integrante della quotidianità. Il centro della città tende a spostarsi dalla piazza della chiesa all’ipermercato dove i giovani si danno appuntamento. La sede lavorativa si dirama tra centri-congresso, fiere ed aeroporti: ovunque convergono realtà quotidiane diverse e si vivono relazioni determinate dalla distanza. La diffusione di musica e segnali acustici rende a tali luoghi una parvenza di comunità e raccoglimento che la metropoli è andata perdendo.
“Una delle ragioni per cui ci sono queste musiche triviali che accompagnano la città si può considerare come un richiamo alla collegialità (musica nelle caserme, negli ospedali). Serve da legame: un legame fittizio tra la gente” (G. Dorfles, comunicazione personale 2002)

Suoni, decentramento urbano e città antiche. Un primo passo verso la decentralizzazione del rumore stradale e l’entrata in competizione con l’inquinamento acustico causato da suoni riprodotti è avvenuto negli anni ’60. L’incremento di infrastrutture dei trasporti ha permesso che ospedali, carceri, discoteche e strutture commerciali venissero localizzati all’esterno dei centri urbani. In questo modo, musica e segnali acustici cominciavano ad invadere periferie e zone un tempo rurali. Allo stesso tempo, il dilagare di suoni riprodotti modificava il contesto sonoro anche nei centri storici in cui l’effetto “cassa di risonanza” viene accentuato dell’aumentato uso di amplificazione, in particolare con il volume sonoro delle campane elettroniche e coi megafoni ai cui richiami rispondono turisti e paesani in festa. Nei vicoli i suoni si scontrano; il porfido e l’acciottolato li aumentano di volume. Sempre negli anni ’60 gli effetti della rivoluzione elettroacustica provocata dal recente boom economico cominciavano a farsi sentire e a rendere un contesto sonoro indistinto che sopprimeva via via il vociare della strada e ad emarginare rombi e ronzii, fino al raggiungimento di un effetto caotico anche peggiore nei piccoli centri, rispetto alla metropoli in cui i suoni tendono maggiormemte a disperdersi. Per un po’ di anni continuò a prevalere il rumore del traffico su quello dei suoni che peraltro continuavano ad aumentare. Oggi si parla della diffusione di forse miliardi di unità elettroacustiche di largo consumo: basti pensare a quanti telefoni, televisioni e citofoni ci sono in un appartamento o all’abbondanza di radio e antenne paraboliche in gran parte del terzo mondo, con una proliferazione galoppante di walkman, cellulari e ogni sorta di unità elettroacustiche che ogni giorno vengono acquistate. E’ normale che questo contesto sonoro prendesse il sopravvento sullo sfondo rumoroso.
La diffusione di musica e segnali acustici nella società del terziario. Nonostante la migliore qualità di ascolto dei CD, larga parte della musica imposta nei luoghi pubblici viene diffusa non attraverso criteri di qualità dell’ascolto: semplici radio collegate a casse acustiche diffondono il sonoro nei punti vendita e altrove. Gli imprenditori non sembrano preoccuparsi di quanto un suono, di per sè già spezzato dalla sua fonte originaria, possa pervenire più o meno nitido all’orecchio del cliente. D’altra parte il cliente, così come l’impiegato e chiunque abbia a che fare con la società dei servizi, si trova già invaso da suoni elettroacustici di pessima qualità: durante ogni telefonata che fa e che riceve, in prossimità di una porta automatica, ogni qualvolta si collega ad un sito, semplicemente ogni qualvolta queste azioni vengono svolte da chiunque si trova nei pressi. Diversamente dal rumore insignificante, qui si tratta di segnali che rinviano ad altri segnali attraverso sigle musicali e parole registrate, inducendo ad uno stato di costante attesa e concentrazione.
La flessibilità del lavoro costringe l’individuo contemporaneo a spremere i vantaggi della telematica nel tentativo di sfruttare ogni opportunità e stare al passo con ogni cambiamento. Nelle imprese, l’organizzazione settoriale impone ai numerosi responsabili di essere reperibili e diffondere informazioni indipendentemente da orari e da luoghi. Si lavora comunicando.[5] L’individuo viene così sottoposto a continui segnali acustici anonimi, sporchi, economici e irruenti (poiché, a differenza del rumore devono essere captati) e gli diventerebbe difficile riconoscere l’emergere di un suono pur sempre sintetico ma fornito dall’alta fedeltà . Con il diffondersi delle emittenti radiofoniche private i palinsesti si sono ulteriormente dilatati e la durata dei programmi ulteriormente compressa (un procedimento che iniziava già negli anni ’30), sopprimendo così ogni intervallo e ogni respiro. Questa forma di intrettenimento, che dagli anni ’80 ha iniziato a propagarsi a macchia d’olio attraverso installazioni radiofoniche nei locali e nelle strutture pubbliche, viene di continuo alimentata dalla molteplicità dei canali commerciali. Si tratta di uno sfondo sonoro più invasivo rispetto alla televisione, poiché l’assenza di immagine fa sì che l’attenzione si concentri sugli stimoli uditivi attraverso uno sforzo maggiore ed autonomo, necessario per collocare il contenuto e decifrarlo. “Proprio il carattere monco dell riproduzione della realtà ( senza immagine) è il fattore che stimola l’ascoltatore a ricostruire la sua completezza, appellandosi a un’immaginazione tenuta sotto sollecitazione continua.”[6] L’alternarsi frenetico tra la parola e l’intermezzo musicale è in parte responsabile anche del cambiamento nella comunicazione verbale tra persone (soprattutto con la distrazione da parte di chi ascolta) se non altro per un fatto imitativo di ritmo sincopato del discorso radiofonico: ad esempio in seguito allo stacco di un brano musicale in breve interrotto, o con l’utilizzo del brano come sottofondo al parlato (procedure entrambe che permetteno all’emittente di pagare la Siae con un forfait approssimativo annuale, evitando la retribuzione attraverso il borderò).[7] Oppure con i ritmi della pubblicità persistente: una prassi questa che rende più facile all’emittente coprire i costi anteponendo alla qualità un vero e proprio bombardamento acustico attraverso la quantità di volte in cui lo stesso spot viene trasmesso (ogni volta introdotto coi picchi sonori).[8] C’è da chiedersi quanto e in quale misura possa influire sulla comunicazione di un individuo la sintonia costante con una radio quale RTL che è solita usare il formato di flusso: un tipo di svolgimento che prevede ogni mezz’ora un appuntamento col cosiddetto clock, ossia 30 minuti di assaggio di tutto il palinsesto (due minuti di informazione, uno di musica e così via, per circa la metà di tutto il palinsesto). Diversamente accade nelle radio alternative che privilegiando l’informazione tendono a lasciare che il programma termini prima di mandare lo spot.[9]
Sempre con gli anni ’80 la radio ha iniziato a caratterizzarsi per una fusione via via più consistente tra musica e parlato.

Sottofondo e spazi pubblici. La concatenazione di conversazioni, sigle pubblicitarie e musiche brevi crea un effetto[10] schizofonico totalizzante, giacché la proliferazione delle emittenti commerciali a livello di territorio riguarda in genere i luoghi pubblici, dal punto-vendita, all’ufficio, alla stazione della metropolitana, alla sala d’aspetto di un ospedale. Sono luoghi in cui, differentemente da una sala da concerto, si svolgono attività. Una serie di azioni e di ragionamenti verranno in qualche modo contrastati dall’ascolto passivo delle emittenti, cui si aggiunge l’emissione insistente di segnali acustici (musichette, bip, squilli, annunci per il personale ecc). Viene definito sottofondo anziché rumore poiché tutti questi messaggi sono musicali e contengono parole. Dal momento che la loro funzione è quella di essere captata, il volume adottato non è quello di uno sfondo sottostante all’azione (come di fatto quello meccanico di cui s’è già detto) bensì in competizione con la stessa. L’annuncio pubblicitario deve essere decifrato e per questo il volume non può abbassarsi entro una certa soglia (es, l’aumento di volume durante lo spot televisivo e radiofonico, o i 70 dB, come soglia minima affinché il messaggio venga captato nelle stazioni della metropolitana milanese). [11] Il segnale acustico non verbale, a differenza del rumore, è rivolto a un singolo (annuncio per un impiegato o sigla di un telefonino) ma viene subito a livello collettivo, così come le trasmissioni musicali, esattamente come accade per il fumo passivo. In questo caso però non esistono comparti e sale per non ascoltatori.
Se nel momento in cui viene captato il segnale attraverso musica non è gradito, diventa rumore ossia fastidio. E’ in questa fase che avviene il passaggio dalla quantità del rumore (ossia l’inquinamento acustico “vecchia maniera” misurato in dB.) alla qualità crescente del suono: qui il frastuono invasivo diventa sottilmente velenoso. A parità di dB. si dimostra più fastidioso proprio perché contiene un messaggio, per giunta particolarmente elevato, come il messaggio musicale. Si entra in un contesto puramente soggettivo in quanto la reazione del soggetto che percepisce il messaggio è legata al particolare stato d’animo che lo caratterizza in quel momento: se anche non dovesse costituire la maggioranza, per un numero non trascurabile di individui tale musica risulta sgradevole, almeno in quel momento e in quel luogo. A questo punto si tratta di una dimensione che nessuna legge acustica e tanto meno un sondaggio statistico potranno mai calcolare: la risposta dell’ interrogato, può cambiare rapidamente perché anche l’ascolto del suo autore preferito, in un breve lasso di tempo in cui subentrano il lui nuovi eventi e nuovi pensieri può risultargli fastidiosa. La necessità di aree verdi in una metropoli risulta essere un fatto scontato ma non si considera, a livello cosciente, l’esigenza di aree acustiche neutre, in ogni caso esonerate dal fastidio che una sorgente sonora può procurare, indipendentemente da presunti limiti di accettabilità, valutando esclusivamente la molteplicità di stati d’animo sconosciuti che vi si possono vivere e le azioni che vi si possono svolgere. Forse si arriverà anche qui a costruirle sul modello delle città silenziose americane. Oppure aumenterà ulteriormente la presenza di laici in vacanza all’interno di conventi e monasteri, nella ricerca quasi disperata di un perimetro silenzioso. Ma le zone acustiche neutre già esistono e andrebbero solamente rese tali. Non sono i centri di meditazione o di ritiro spirituale in cui l’individuo frastornato, quasi si trova costretto ad una condizione di free-rider della quiete. Non sono nemmeno quegli spazi appositamente edificati in cui l’individuo si trova a dover pagare il silenzio. Sono invece tutti i luoghi in cui l’individuo non ha chiesto esplicitamente di essere intrattenuto con musica riprodotta. Quei luoghi che già e sistono e ne collegano altri, in cui i cittadini, indotti dall’evolversi di una società sempre più competitiva e flessibile a livello lavorativo, vorrebbero in quache modo fare loro quel ritaglio di tempo ricavato, per poter leggere, ripassare, prendere decisioni, organizzarsi, liberare la propria mente. Sono le sale d’aspetto (in particolare quelle dei laboratori medici) e i caffè in cui non viene imposto il sottofondo radiofonico. Sono i vagoni dei treni dove sia utopicamente proibito l’uso del cellulare e non consentito l’ascolto di musica….seppure con moderazione.

Suoni, velocità e anonimato nell’attuale società dei servizi. Nel suo ritmo incalzante e sincopato, il messaggio dato dalle emittenti commerciali velocizza l’azione e induce a uno stato ansioso (la stanchezza verrà avvertita in seguito). Si tratta di uno stato vantaggioso per l’imprenditore di un fast-food durante un orario affollato perché nella società del terziario l’azione, anche indirettamente, viene pilotata dalla velocità e dalla fretta in vista di un continuo cambio di clientela anonima, finalizzata all’incasso dell’imprenditore e non alle relazioni affettive che potrebbero instaurarsi in un ambiente non dominato dal consumo quotidiano e veloce. Lo stretto connubio radiofonico tra musica e parole si è andato infittendo soprattutto negli anni più recenti. Se negli anni 80’, la personalità del DJ caratterizzava le radio commerciali ricreando in qualche modo quella situazione personale, confidenziale, locale, sempre più erosa dall’espandersi delle metropoli, queste emittenti, col tempo, sono andate perdendo il ruolo di vetrina del disco suggerito dalle hitparade, assieme al peso carismatico del DJ. Attualmente si assiste all’articolazione di un continuum sonoro in cui il jingle e il messaggio pubblicitario parlato coprono uno spazio non inferiore a quello dei notiziari e dei brani, tenendo conto che questi ultimi sono pochi, vengono trasmessi ripetutamente, provocando oltre a tutto il calo delle vendite di CD. [12] La pubblicità è diventata protagonista attraverso il suo ruolo primario nel mantenimento dell’emittente; ancora più importante e mirato al committente è il ruolo che la stessa tende ad avere all’interno di alcuni centri commerciali come le Coop.In questo caso, un’ emittente propria, propone una sequenza di parole che va a coprire quasi tutto il palinsesto secondo una programmazione che parte direttamente dal prodotto, es: avvisare la clientela sugli sconti oppure informarla che di domenica mattina troverà il pane fresco. Se la moozac, in quanto anonimo sottofondo dolciastro per alberghi e ristoranti era nata come conseguenza all’espandersi della radio, ora invece sembrerebbe che quest’ultima, attraverso il proliferare dei suoi canali e delle sue installazioni, monopolizzi il sottofondo su gran parte del territorio: si mandano continui messaggi contenenti fiumi di parole, attraverso un’insistenza di ritmo vocale e di audio che non permette al sottofondo di essere davvero tale. Il rumore bianco di carrelli e delle casse viene prevaricato ma non viene del tutto annullato, poiché pur restano più debole si aggiunge alla sonorità complessiva.[13] All’interno dei grossi punti vendita, il messaggio musicale non ha più la funzione di arredamento. In particolare quello verbale, inframezzato da “musichette”, rappresenta una vera e propria struttura caratterizzante quel determinato shopping center nella sua corsa alla concorrenza non soltanto a livello nazionale.

Suoni, rumori e diffusione a livello di spazio. Una cassa acustica può procurare un grado di fastidio anche maggiore rispetto al rumore del traffico medio in genere (70-80 dB). Questa stessa misurazione vale anche per tutte quelle unità elettroacustiche particolarmente mobili e flessibili (radio, televisione, telefono) diffuse a livello di massa: tutti casi in cui è molto facile ed economico permettere al sottofondo musicale e verbale di invadere un locale, parte del marciapiede antistante e gli appartamenti vicini. Una cassa acustica o un cellulare riescono a coinvolgere uno spazio spropositato rispetto alla propria importanza (senza nemmeno tener conto della moltitudine di tali unità). Lo squillo inopportuno di un telefonino è infatti in grado di innervosire l’intero pubblico di una sala cinematografica o addirittura di una spiaggia. Benchè non ci si trovi ancora al livello di soglia del dolore (mitragliatrice o grande concerto rock, 120 dB.) i cui effetti comportano il pericolo di gravi danni all’udito, le unità citate provocano effetti collaterali come affaticamento e stress, disturbo della comprensione, del discorso e della concentrazione, (soprattutto per il fatto che trattandosi di segnali e musica, l’effetto è particolarmente sopraffattore). Danni all’ apparato cardiocircolatorio.[14] Se i primi telefoni erano affissi ad un muro, ora ci si trova in una situazione paradossale perché le attuali fonti, autorigeneranti, in continuo e rapido movimentoi attraversano lo spazio con la stessa velocità con la quale si muovono e si posizionano gli individui, rendendo confusa la provenienza dei segnali: il proprietario di un telefonino che squilla esita a spegnerlo poiché nella sua mente già intasata da suoni accavallati e indistinti non riesce a riconoscere la fonte e a risalirla velocemente . Quindi, oltre ad inquinare l’ambiente queste nu merose fonti mobili lo danneggiano in modo attivo, rendendo le stesse vittime complici: la persona anziana, frastornata e assordata dal costante sonoro della televisione, si addormenta lasciandola accesa ad un volume che disturberà tutta la notte. Il paesaggio sonoro prima ancora di essere collocato a livello qualitativo viene così “violentato” secondo un processo di continua provocazione in un circolo vizioso di stimolo e risposta. E’ questo un fatto che incide profondamente sulla nuova metropoli. L’ambiente chiuso non costituisce più un riparo, a volte diventa una vera e propria gabbia acustica perché l’energia viene irradiata direttamente dalla sorgente sonora e dal riflesso sulle superfici che creano riscontro al suono e ne prolungano l’effetto di riverberazione.
Non si può o non si vuole sapere quanti, trovandosi in un bar o in altro luogo pubblico con intrattenimento radiofonico, preferirebbero (a parità di dB., ossia circa 70) uscire al freddo in compagnia del rombo dei motori che, se non altro, non costringe a decodificare messaggi verbali insistenti tra un consiglio per l’acquisto e una musica imposta perché le “musichette” non ci lasciano mai soli e giorno guadagnano unospazio nuovo. La tecnologia permette agli elementi sonori di interscambiarsi e di sovrapporsi comprimendo ogni intervallo, riproducendosi all’infinito. Ogni suono, più o meno consciamente si stampa nella memoria lasciandone il ricordo. Tramite un costante stato d’allerta uditiva anticipa il prossimo elemento di ascolto (vista la moltitudine delle sue fonti non tarderà a venire). La memoria si rafforza attraverso un processo di accumulo verso ogni suono percepito. Si parla di suoni ma col tempo diventeranno rumore perché tendono a perdere informazione.

Conclusione

E’ evidente che fino a che non si imparerà a riconoscere il disturbo causato dai suoni, senza subirli in cambio della magra consolazione di poterli a propria volta produrre, soltanto il rumore manterrà l’imputazione di vera fonte di disagio acustico. Intanto un “concerto” di suoni “comunicativi”, “melodici” e “ottimistici” prosegue e dilaga indefesso, inducendo gli individui ad un assiduo contatto verso ciò che è lontano, e in una sorta di torpore e distrazione verso ciò che è presente: un sonno senza silenzio, in cui le parole tra coloro che vorrebbero sentirsi vicini si sommano e si confondono con suoni estranei e conversazioni tra sconosciuti. Se attraverso questi medium si voleva arrivare ad una comunicazione più attenta e ravvicinata, dal punto di vista umano-percettivo avanza uno stato di saturazione che anziché predisporre gli individui alla comunicazione li isola lentamente, costringendoli darsi per vinti nella continua battaglia tra ciò che si vorrebbe dire, ciò che si vorrebbe ascoltare e ciò che si è costretti a sentire. Difficile prendere coscienza di un inquinamento che è diventato tale senza passare attraverso il disturbo: esso viene subìto esattamente come le esalazioni dei tubi di scappamento in città ma a differenza di quello atmosferico e da rumore qui non si nota la sua presenza nemmeno nei luoghi naturali. Forse è possibile educare ad un ascolto attivo almeno le genarazioni più giovani, quelle che già sono cresciute musicalmente inquinate. Poiché d’altra parte non si può aggiungere materiale ad un contenitore già saturo, sarà necessario svuotarne il contenuto. Questo processo difficilmente può avvenire costringendo le menti all’ascolto (seppure pilotato e attento) di altra musica. Una possibilità potrebbe essere quella di indurre l’ascoltatore a selezionare i suoni puri, estrapolandoli dalle sonorità sintetiche e assuefanti e, una volta riconsciuto l’elemento, riprodurlo come fenomeno isolato. Forse, attraverso questo scardinamento si potrebbe tornare a considerare e a proporre la musica come quella straordinaria risorsa che merita di essere conosciuta, dosata, conquistata e non una droga imposta, secondo interessi che esulano dal suo valore intrinseco, e anziché avvicinare fisicamente gli esseri, li isola.

Bibliografia

  • T. W.Adorno, L’industria culturale, da Profezie e realtà del nostro secolo, Laterza, Bari 1965.
  • T.W. Adorno, Introduzione alla sociologia della musica, Einaudi,Torino 1971.
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[1] P. Tagg, Leggere i suoni. saggio sul paesaggio sonoro e la musica, la conscenza e la società , in Musica / Realtà, n.25, 1988,
[2] Tutti i suoni che indicano eventi , riprodotti mediante unità elettroacustiche (elettroniche) in senso stretto: microfoni, mixer, amplificatori, casse acustiche, CD audio- regitratori a nastro. In senso lato: bambola parlante, cellulare, ascensori acustici ecc. La rivoluzione elettroacustica ha comportato il passaggio da segnali naturali quali per esempio quelli provocati dal campanaro di una volta ai segnali elettronici quali gli attuali campanili di molte chiese.
[3] Dagli incontri con G. Campolongo, docente di Acustica applicata al V anno, presso la facoltà di architettura. Istituto politecnico di Milano.
[4] A punte di pressione sonora, il rumore aumenta con l’aumentare del tempo di esposizione portando ad ipoacusia permanente. In termini audionometrici si tratta di una questione di innalzamento di soglia. Così come risulta abbagliante una luce molto forte quando si entra in galleria dopo la luce del sole, così accade anche per il rumore .
[5] A.Accornero,All’alba dep postfordismo, in Sapere Aprile 2002
[6] C.Piccardi, Drammaturgia radiofonica del rumore, in Musica/Realtà n.53. 1997.
[7] Società italiana di autori ed editori, fondata a Milano nel 1883 e in seguito diventata un ente di diritto pubblico con lo scopo di tutelare i diritti d’autore. Con il proliferare dei canali radiofonici privati si è recentemente creata una dualità per quanto riguarda la remunerazione dei compositori i quali, presso le radio private, vengono retribuiti con una cifra forfettaria che va in parte a risarcire le spese di produzione, mentre il rimanente andrà agli autori che ricevono più incassi durante l’anno, lasciando così esclusi quelli minori che ugualmente sono iscritti alla SIAE e le cui musiche sono state trasmesse alla radio. Diverso invece è il discorso per quanto riguarda i programmi delle emittenti pubbliche le quali retribuiscono l’autore ogni qualvolta il suo brano viene trasmesso anche se soltanto come sottofondo musicale ad altri messaggi. Una volta iscritto, il compositore potrà essere retribuito per le sue opere eseguite e trasmesse anche a sua insaputa (la verifica di tale situazione avviene attraverso il borderò). Gli strumentisti rimangono esclusi da qualsiasi retribuzione SIAE per le rappresentazioni e per le trasmissioni radiofoniche sia pubbliche che private.
[8] Oreste Pignataro, direttore della clinica laringologica dell’Università di Milano, parla del rischio che corrono in particolare i bambini durante gli spot e le sigle urlate improvvisamente in TV.” Quel balzo è soprattutto irritante per il sistema nervoso. Le pubblicità rumorose nuocciono alla qualità della vita. Gli studi hanno dimostrato che il bombardamento acustico ha ridotto notevolmente la capacità percettiva dei popoli civilizzati”. (da intervista al Corriere della Sera – 14 agosto 2000).
[9] Dall’incontro con Sergio Serafini, responsabile di Radio Popolare. Milano 22/9/2202.
[10] Si intende con il termine schizofonia la frattura di un suono con la sua fonte originaria.
[11] Il suono viene percepito e riconosciuto dall’orecchio umano in quanto variazione di pressione atmosferica. La misura del rumore è quindi una misura di pressione e può essere espressa in Pascal (Pa). L’orecchio umano è in alcune grado di riconoscere la pressione dell’aria al di sopra dei 20 _Pa mentre pressioni superiori ai 10 Pa possono determinare danni caratterizzati da gravità crescente all’apparato uditivo. Il Decibel (dB) è definito come 20 volte il logaritmo del rapporto tra la pressione sonora misurata e quella di riferimento (20 _Pa). L’entità del danno prodotto da un determinato rumore è strettamente correlata con il livello di pressione sonora; la pressione diminuisce all’aumentare della distanza dalla sorgente sonora.
[12] P. Santoli, La musica alla radio e alla televisione e l’intrattenimento, in Musica / Realtà n. 6, 1983.
[13] (...Quando in uno stesso luogo sono presenti due rumori di eguale intensità i dB. non vengono sommati ma si tiene conto di un livello solo con l’aggiunta di 3 dB. Quindi se in un ambiente l’aumento è di 3 dB. il rumore è di fatto raddoppiato. Se invece le due sorgenti hanno intensità diverse tra loro, il rumore percepito è quello più alto, con l’aggiunta di un certo numero di dB.che diminuisce con l’aumentare del primo rumore, per esempio, se in un ambiente c’è un rumore molto forte (lo stereo ad alto volume di un ragazzo), quello debole (la voce di sua madre) non aggiungerà più che tanto all’intensità complessiva. (Suoni e rumori, in Altro Consumo n. 86 ,1996).
[14] Effetti e patologie tratti da classificazione in: R.Caccin-C.Muceri-G. Panissadi- A. Zucchetti., L’inquinamento acustico. La classificazione è stata integrata con una similare tratta dal n.86 (settembre1996) della rivista Altro consumo in un articolo dal titolo Rumore molesto .
 
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